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   Notizia del 17 novembre 2009 ore 11:50 - Visite 3189
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La storia > Artisti, un po' pazzi e goleador ottant'anni di storie da oriundi

La storia - Artisti, un po' pazzi e goleador ottant'anni di storie da oriundi
Aebi fu il primo nel '20 ma era nato a Milano. Monti fece due finali mondiali in squadre diverse di GIANNI MURA


NON c'è bisogno di traversare oceani per trovare il primo oriundo: è Ermanno Aebi, nato a Milano da padre svizzero e madre italiana, doppia cittadinanza, primi calci in un collegio di Neuchatel. Gioca nell'Internazionale, è una punta elegante e tecnica. I tifosi lo ribattezzano "signorina". Esordisce contro la Francia, al Velodromo Sempione, il 18 gennaio 1920. Finisce 9-4 con 3 gol suoi. In 12 anni di Inter, 142 partite e 106 gol. Solo due le presenze in azzurro. A fine carriera Aebi fa l'arbitro e, nel dopo-Pozzo (1949) il selezionatore della Nazionale insieme a Novo e Copernico. Dal 1926 la cosiddetta Carta di Viareggio vieta l'importazione di calciatori stranieri, ma la doppia cittadinanza e il peso politico degli Agnelli le fanno marameo.

La finale olimpica di Amsterdam, 1928, richiama l'attenzione dei club italiani sul Sudamerica, Argentina in particolare. Oggi una regola vieta a chi ha giocato anche un minuto in una Nazionale di giocare per un'altra Nazionale. Prendiamo Luisito Monti: con Altafini, Puskas e Santamaria divide un primato: ha giocato ai mondiali con due squadre diverse. Ma è il solo ad avere disputato due finali: la prima persa con l'Argentina nel '30 (2-4 dall'Uruguay), la seconda vinta nel '34 con l'Italia (2-1 nei supplementari alla Cecoslovacchia, che aveva colpito tre volte i pali). Il fascismo non ha difficoltà a considerare italiani giocatori figli o nipoti d'italiani, oppure nati in Italia (Renato Cesarini a Senigallia). Nel '34 sono oriundi anche Guaita e Orsi. Monti in Argentina lo chiamano "doble ancho", armadio a due ante. È un omone terrificante (per gli avversari: Sindelar e Schiavio vanno fuori in barella), poco veloce ma con battuta lunga. Gioca centrale (centromediano metodista).

Quando lo chiama la Juve, ha già smesso di giocare. Fa il pastaio in un sobborgo di Buenos Aires. Produce (e mangia in quantità) gnocchi e tagliatelle. Arriva a Torino che pesa 92 chili. Ha orgoglio, s'allena in estate con tre maglioni addosso, e il pallone medicinale. Si fa trovare pronto. Il più leone dei "leoni di Highbury" (Inghilterra-Italia 3-2, 3-0 nel primo tempo) è lui. Frattura scomposta di un alluce nei primi minuti, ma resta in campo.

Orsi, un artista. Nel '69 una troupe tv lo accompagna al Flaminio e gli chiede il bis del gol realizzato ai cechi in finale. Gran destro, angolino alto, fotocopia: aveva 68 anni. Alla Juve vince 5 scudetti di fila. Lo chiamano Gazzella. Suona il violino, è superstizioso (s'infila un jolly nel calzettone sinistro), fa tardi la notte (come Cesarini, del resto, e Sivori). Torna a casa nel '35, quando si sente parlare di servizio militare e guerra al Negus. Lo imita Enrico (Enrique) Guaita, idolo del Testaccio, con altri due oriundi romanisti meno famosi, Scopelli e Stagnaro. Soprannominato "Corsaro nero", detiene ancora il primato di reti nei tornei a 16 squadre: 28 o 29 (le fonti divergono). Auto fino alla Spezia, treno fino a Ventimiglia, passaggio clandestino della frontiera e nave fino all'Argentina. Il regime li chiamò "traditori della patria" accusandoli (accusa mai provata) di traffico di valuta.

Nel '38 il ruolo di Monti è occupato da Andreolo, nato a Montevideo da emigrati cilentani. Gioca nel Bologna (195 partite, 4 scudetti). Detesta allenarsi, donne e carte riempiono meglio il suo tempo, eppure dura a lungo (gioca a Napoli, nel dopoguerra). Tipo bizzarro, per ottenere un aumento dal presidente Dall'Ara finse di dare i numeri, uscì da una finestra della sede e si mise a passeggiare sul cornicione finché Dall'Ara non firmò l'assegno. Segni particolari: non voleva tirare rigori, neanche in allenamento. La sola volta che lo convinsero, contro la Fiorentina, sbagliò.

Gli altri oriundi sono più recenti e famosi. Nel '58, una linea d'attacco con due campioni del mondo (Ghiggia e Schiaffino), più Montuori e Da Costa, non servì all'Italia: eliminata dall'Irlanda del nord non andò in Svezia. Poi toccò a Sormani, Lojacono e al blocco italo-argentino dei tre "angeli con la faccia sporca", ossia Angelillo, Sivori e Maschio. Gli ultimi due, più Altafini e Sormani, erano a Cile '62. Ricordi non belli, per usare un eufemismo: trasferta iniziata male e finita peggio: arbitraggio di Aston, pugno di Sanchez che rompe il naso a Maschio. Da qui si salta a Camoranesi.

Una citazione merita Julio Libonatti, figlio di italiani, esordio in azzurro nel '26. Tra quelli con più di 10 presenze, ha la miglior resa da goleador: 17 partite, 15 reti. Illumina il Torino, con Baloncieri e Rossetti, riporta in A il Genoa e chiude sul mare di Rimini.


Origine: Repubblica

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