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   Notizia del 13 novembre 2009 ore 10:59 - Visite 2704
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La storia > Dagli All Blacks ai Lakers Quando le squadre diventano mito

La storia - Dagli All Blacks ai Lakers Quando le squadre diventano mito
Ci sar?l tutto esaurito a Milano per vedere le stelle neozelandesi del rugby. Ci?e attira attenzione e passione ?n insieme di forza, abilit?suoni e simboli che colpisce l'immaginario della gente. Un meccanismo perfetto che abbiamo visto ripetersi per altre grandi squadre e per singoli campioni di MASSIMO RAZZI


ROMA - Ottantamila a San Siro per vedere gli azzurri del rugby contro gli All Blacks. Neanche l'Italia del calcio, di questi tempi, riempe facilmente gli stadi e, questa volta, non è neppure la "retorica" del rugby a funzionare. Non basta la purezza del gioco e la proverbiale sportività dei protagonisti per determinare il fenomeno. Ottantamila italiani si sono sbattuti tra botteghini e internet per conquistare i costosi tagliandi, per essere ammessi a vedere uno sport di cui sanno poco, di cui a mala pena conoscono le regole, per assistere gioiosi a una partita nella quale, con molta probabilità, l'Italia sarà "asfaltata" dai maestri neozelandesi, in cui una sconfitta di 10/15 punti può essere considerata del tutto onorevole.

Dunque, se non è il risultato, è l'evento che conta. E conta perché gli azzurri di Nick Mallett incontrano (per la dodicesima volta nella loro storia e dopo undici sonanti sconfitte) il mito assoluto, la squadra che tutti temono, amano e rispettano, anche in un periodo in cui agli uomini della felce argentata non gira benissimo. Pochi di quelli che saranno allo stadio conoscono i nomi dei quindici guerrieri in maglia nera che scenderanno in campo. Mancherà il grande Dan Carter e gli altri sono quasi tutti grandissimi giocatori e perfetti sconosciuti alle nostre latitudini. E anche questo fa parte del fenomeno All Blacks: non importa chi veste quella maglia, ciò che attira attenzione e passione è un insieme di forza, abilità, suoni e simboli che colpisce l'immaginario della gente indipendentemente dal fatto che la palla con cui si gioca sia ovale o tonda.

E' così che, oggi, nella società della medialità totale, si riempie uno stadio: quando l'evento (che, pure, in televisione si vede meglio) è di tale portata che l'esserci, il partecipare diventano una parte stessa della questione. Si partecipa per amore e perché i miti ci affascinano. E gli All Blacks, nel tempo, sono diventati (oltre che una bella macchina da soldi) una passione che supera i confini. Ti puoi sentire All Black se abiti a Milano o a New York, ma anche a Pechino, a Singapore o, magari, a Scampia. Basterà una maglia nera con un nome e un simbolo, basterà che tu abbia visto e rivisto i gesti e i suoni della haka (anzi, della Ka Mata del rugby), che ti abbiano spiegato che quella danza parla di vita e di morte e di una scala che porta al "sole splendente" perché tu ti possa sentire parte di una squadra, di un gruppo, quasi di un modo di essere. E il mito si diffonde e regge anche quando pubblicità e marketing se ne impadroniscono. Perché il mito si purifica ad ogni partita quando i guerrieri in maglia nera spalancano occhi, bocche e mani e incominciano a gridare: "... Ringa pakia... Uma tiraha...". Poi, il gioco, la tecnica, la grande classe di questi campioni fa il resto e tutto si tiene: il meccanismo funziona e tu ti trovi allo stadio e non fa niente se l'Italia le prenderà di santa ragione... E' altro che importa: essere parte del rito, dei suoi suoni, dei suoi colori, delle sue regole meravigliose, del "terzo tempo" che, sugli spalti, proverai a ripetere cercando con gli occhi un tifoso avversario a cui stringere la mano.

E' un meccanismo perfetto che, nel tempo e in forme parzialmente diverse, abbiamo visto ripetersi per altre grandi squadre e per singoli campioni: quelle (o quelli) che hanno saputo costruire intorno a sé un'aura, quasi un profumo che non parla solo di sport, ma ha radici nella cultura di un popolo, nel suo modo di vivere e di sognare. Una grande squadra, quando diventa mito, può essere un modo straordinario per comunicare e rendere universale tutto questo. Pensate al Brasile (o al Real Madrid, al Manchester United, al Barcellona, o anche, un po' alla Juventus) squadre che hanno tifosi in tutto il mondo che rappresentano, soprattutto il Brasile, un punto di unificazione. E, anche qui, i simboli prevalgono sul gioco e sul risultato. Quante volte, ai mondiali (basta pensare all'ultima volta, in Germania), abbiamo visto il Brasile fare brutte figure calcistiche, ma la maglia verdeoro, i suoni e i balli della torcida non hanno mai perso il loro fascino. Le ragazze bellissime che si muovono sugli spalti al ritmo di samba sono qualcosa che va oltre chi vince e chi perde: la torcida ride o piange, ma per chi vede solo colori e sente solo suoni, è sempre uno spettacolo meraviglioso. E di questo, di nuovo, ci si può sentire parte, dovunque ci si trovi.

E' la storia dei Los Angeles Lakers nel basket (ma anche dei Boston Red Sox o dei New York Yankees nel baseball): da Magic Johnson a Kobe Bryant quella maglia gialla e viola ha sempre voluto dire forza vincente, ma anche classe e appartenenza a una città straordinaria. Gli occhi spiritati di Jack Nicholson, primo tifoso dei Lakers, comunicano folle amore. Anch'esso universale.

O è la storia della Ferrari, quando un colore, il rosso, diventa il simbolo di una tecnologia tanto avanzata quanto artigianale sviluppata in una cittadina emiliana lontana dai grandi centri tecnologici del mondo e tanta gente che non potrà mai permettersi una macchina così, che magari non sa quali alchimie meccaniche la fanno correre tanto veloce, si nutre del sogno che ne deriva. Di nuovo un "oggetto sportivo" (una squadra, un'auto) trasmigra dalla realtà dei suoi risultati per trasferirsi in un iperuranio di magica passione dove il mito resiste e si allarga anche negli anni più bui.

E, in quell'iperuranio abitano anche singoli uomini di sport che la passione e i sogni da loro suscitati, hanno trasformato in semidei conosciuti, riconosciuti e amati al di là di nazioni e appartenenze. Come Cassius Marcellus Clay che, danzando sul ring, sorridendo e picchiando inesorabilmente i suoi avversari "è stato" il pugilato per tutto il mondo per una ventina d'anni tra il 1960 e il 1978. Clay cambiò nome in Muhammad Alì diventando "fratello musulmano" e un'America che, oggi, dopo l'11 settembre, ne sarebbe stata terrorizzata, continuò ad amarlo come se fosse niente e senza chiedergli niente. "L'America (e non solo l'America; ndr) mi vede bianco" diceva l'uomo di Louisville, ma il mondo, forse, lo vedeva senza colore della pelle e lo amava al di là di ogni fede e paura.

Così, domani, sul terreno di San Siro "contaminato" da tanti piedi mossi da interessi miliardari, scenderà di nuovo il mito. E anche chi (la maggioranza) tiferà Italia, si sentirà in qualche modo parte di una vicenda sportiva che appartiene a tutti. Gli All Blacks, come Muhammad Alì, sono neri e cantano parole incomprensibili, ma ciascuno sembra capirne il messaggio e non vederne il colore.


Origine: Repubblica

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