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   Notizia del 13 aprile 2013 ore 04:52 - Visite 2611
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"Le pietre e il popolo" se il patrimonio è democrazia



Il mercato trasforma il nostro  patrimonio artistico in uno strumento di lucro e la sua tutela  viene messa a rischio. E non solo: la  conoscenza, il primo strumento di crescita di ogni democrazia, viene umiliata e ignorata. Così, il diritto a godere dell'arte e della storia , anziché un bene comune garantito dalla Costituzione,  diventa un bene di mercato, trasformando i nostri centri storici in un grande "luna park a pagamento". E'  il senso della denuncia lanciata dallo storico dell'arte, Tomaso Montanari, nel suo ultimo libro Le pietre e il popolo,  il cui sottotitolo si fa slogan d'impegno: restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane(Minimum fax).

Perché viene negato il valore civico dei monumenti a favore del loro potenziale turistico? E perché avidi usufruttuari mettono a reddito il patrimonio per produrre denaro? Tomaso Montanari, già autore di altri graffianti pamphlet (tra questi, La madre di Caravaggio è sempre incinta, Skira) parte dall'analisi del presente e risponde attraverso un viaggio "critico" nel nostro paese che tocca Siena, Venezia, Roma, Firenze, Napoli L'Aquila e altre città . E che racconta come, ovunque, vengano messi in atto esempi di  quella "nuova "politica" che, di fatto,  nega il valore civico dei monumenti a favore della loro rendita economica, a prova che non si vogliono "cittadini partecipi, ma consumatori passivi." Dalla fantasia inquinante che immagina, a Roma, piste di
sci al Circo Massimo, a Firenze con gli Uffizi resi scenario per le sfilate di moda.  Fino all'Aquila, dove  nel centro storico  la devastazione del terremoto si declina  tuttora al presente.

Con il suo Le pietre e il popolo, Montanari denuncia lo sfruttamento dei luoghi d'arte; cita episodi e circostanze, e i rischi e i danni che producono. Ma, soprattutto, ricorda che la funzione civile del nostro patrimonio, storico e artistico, è uno dei principi basilari della nostra democrazia. E che, dunque, di fronte al pericolo che vinca la logica del mercato, non c'è che una soluzione: resistere, resistere, resistere.

Il nostro patrimonio artistico è ormai considerato "il petrolio d'Italia? Se è così, come è potuto accadere?
"Se la nascita del Ministero per i Beni culturali (1974) ha comportato la simbolica sottrazione del patrimonio alla sua altissima missione educativa (che era invece esplicita nell'unione con la scuola in seno alla Pubblica Istruzione), la politica culturale dagli anni ottanta craxiani in poi è stata guidata da un micidiale cocktail ideologico nel quale erano mescolati (in percentuali variabili, a seconda del singolo ministro) tre principali ingredienti: la dottrina del patrimonio come 'petrolio d'Italià (secondo la quale esso dovrebbe mantenersi da solo, o addirittura produrre reddito), la religione del privato con l'annesso rito della privatizzazione, e  (specie dopo il ministero di Veltroni) lo slittamento 'televisivò per cui il patrimonio non ha più una funzione conoscitiva, educativa, civile, ma si trasforma in un grande luna park per il divertimento e il tempo libero. Chi prova a resistere alla privatizzazione del patrimonio viene bollato come un talebano ideologico. Ma è vero esattamente il contrario: è stato un cieco furore ideologico quello che ha scardinato il sistema di valori che la Costituzione aveva costruito intorno al patrimonio".

Città storiche, monumenti, che cosa si è perso e che cosa sta avvenendo?
"Per secoli la forma dello Stato, la forma dell'etica, si è definita e si è riconosciuta nella forma dei luoghi pubblici. Le città italiane sono sorte come specchio, e insieme come scuola, per le comunità politiche che le abitavano. Le piazze, le chiese, i palazzi civici italiani sono belli perché sono nati per essere di tutti: la loro funzione era di permettere ai cittadini di incontrarsi su un piano di parità. Oggi accade il contrario: le attività civiche vengono espulse da chiese, parchi e palazzi storici, in cui ora si entra a pagamento, mentre immobili monumentali vengono privatizzati o trasformati in attrazioni turistiche. Come in un nuovo feudalesimo, le nostre città tornano a manifestare violentemente i rapporti di forza, soprattutto economici. Tutto questo non mette a rischio solo le città di pietra, condannate ad un rapido ed irreversibile declino. Ad essere distrutta è in primo luogo la cittadinanza come condizione morale, intellettuale, politica. La quasi totalità dei nostri desideri e del nostro immaginario è asservita al mercato. Se pieghiamo a questo stesso, unico fine anche il poco che resta libero e liberante ci comportiamo esattamente come il Re Mida del mito e delle favole: ansiosi di trasformare tutto in oro, non ci rendiamo conto che ci stiamo condannando a morire di fame".

Quale dovrebbe essere la funzione culturale del nostro patrimonio, e quale quello della storia dell'arte?
"Mentre è ormai ben chiaro  -  soprattutto per merito di Salvatore Settis  -  che la tutela del paesaggio è legata a doppio filo ai diritti fondamentali della persona, come per esempio la salute fisica e mentale, per quanto riguarda il patrimonio una simile consapevolezza non è stata ancora raggiunta. È sacrosanto voler difendere Pompei, gli Uffizi o la Pinacoteca di Brera perché sono 'belli', o anche perché rappresentano la nostra memoria collettiva. Ma forse è più importante fa comprendere che il vero motivo per cui la Costituzione li tutela e per cui noi li manteniamo con le nostre tasse, è che essi sono una scuola di cittadinanza, uno strumento di liberazione culturale, un mezzo per costruire l'eguaglianza in tutte le sue accezioni. In pratica questo significa non solo che il patrimonio (come la scuola) non può essere asservito al mercato, ma anche che la tutela deve essere funzionale alla ricerca e alla sua diffusione, perché la conoscenza è il più importante strumento per costruire la democrazia".


Tomaso Montanari
Le pietre e il popolo
Minimum fax
Pag 164, euro 12

 

Origine: Repubblica

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